IV Domenica di Quaresima / B

Gesù è davvero venuto per patire, però il suo ideale non è la croce, ma l’obbedienza, cioè quel modo di vivere il rapporto con il Padre suo, di testimoniarlo andando fino in fondo, non tirandosi indietro di fronte ad alcuna difficoltà, neppure di fronte all’ interrogativo più drammatico della sua vita. L’ideale di Gesù è uno solo: l’obbedienza, l’obbedienza che non termina alla morte, perché chi muore in quel modo non può non finire nella risurrezione. L’obbedienza ha poi, come contenuto, il dono di se stesso per noi, la donazione di Gesù a noi. L’ideale di Gesù non è il dolore.
La Croce di Gesù è dunque una parola solo per il dolore dell’uomo che, volendo realizzare l’ideale del bene, di giustizia, di virtù incontra e subisce la contraddizione? O non è anche una parola per il dolore umano in tutti i suoi aspetti, per il dolore quando non è cercato, quando non è voluto, quando è subito, quando sembra capitare in una maniera sconclusionata?
La risposta è unica: la Croce del Signore è una parola per tutto il dolore dell’uomo. Il cristiano, allora, non dice: “abbiamo il dolore, ed anche Gesù ha patito”. Ha imparato piuttosto a compiere una diversa operazione. Ha imparato che la Croce di Gesù, è quel suo dolore, il nome che si deve dare anche al dolore dell’uomo. Questa è la pretesa del cristiano che, di fronte al dolore, lo chiama “croce”: la pretesa che questa realtà, così difficile e misteriosa, abbia in sé una possibilità di senso.

(d. Giovanni Moioli)