II Domenica di Quaresima / B

La Trasfigurazione non è lo svelamento impassibile della luce del Verbo agli occhi degli apostoli, ma il momento intenso in cui Gesù non fa più che uno, mediante tutto il suo essere, con la compassione del Padre.
In quei giorni decisivi Egli è più che mai trasparente alla luce d’amore di Colui che lo dona agli uomini per la loro salvezza. Quindi, se Gesù è trasfigurato, è perché il Padre fa rifulgere in Lui la sua gioia. L’irradiamento della sua luce nel suo corpo di compassione è come il fremito del Padre che risponde al dono totale del suo Unigenito. Da lì, la voce che attraversa la nube: “Costui è il mio Figlio diletto! In Lui riposa tutta la mia compiacenza. Ascoltatelo!”.
Quanto ai tre discepoli, essi sono inondati per alcuni secondi da ciò che sarà loro dato di ricevere, di comprendere e di vivere a partire dalla Pentecoste: la luce deificante che emana dal corpo di Cristo, le energie multiformi dello Spirito che dà la Vita. Allora essi sono rovesciati al suolo perché “Quello là” non è soltanto “Dio con gli uomini”, ma “Dio-Uomo”: nulla può passare da Dio all’uomo e dall’uomo a Dio, se non per il suo corpo. Non c’è più distanza ormai tra la materia e la divinità: nel corpo di Cristo la nostra carne è in comunione con il Principe della Vita, senza confusione né separazione.
Ciò che il Verbo inaugurò nella sua incarnazione e manifestò a partire dal battesimo nei suoi miracoli, la Trasfigurazione ce lo fa intravvedere in pienezza: il Corpo del Signore Gesù è il sacramento che dà la vita di Dio agli uomini. Quando la nostra umanità acconsentirà ad unirsi all’umanità di Gesù, parteciperà alla natura divina, sarà deificata.

(Jean Corbon)