Riflessione della domenica

Domenica 10 Novembre 2013
XXXII DOMENICA TEMPO ORDINARIO/ C

Tra le diverse forme della corporeità c’è un abisso a volte incolmabile: una pietra non diventa uccello. Altre forme corporee invece, pur presentando differenze, sono in un rapporto vitale, costituiscono le fasi di un unico sviluppo, come per esempio il seme e la pianta che ne nasce. In questo caso l’abisso è superato dal mistero del chicco che germoglia. Tuttavia per superarlo è necessario ciò che Paolo chiama “il morire”: il seme deve entrare nella terra e morirvi, perdere cioè la sua forma, affinché possa nascere la nuova pianta.
Ed ecco il passaggio: lo stesso accade nell’uomo. Anche nell’uomo la corporeità è presente in due forme: quella “terrena” e quella “celeste”, di cui la prima è il seme della seconda. Anch’esse sono separate dalla morte.
Il corpo dovrà essere deposto nella terra e decomporsi: solo allora diventerà il corpo nuovo, “celeste”.
Ma ecco la differenza: la pianta “nasce” veramente “dal seme”, dalle sue potenzialità e funzioni; non così invece il corpo “celeste” da quello “terrestre”. Attraverso il suo disfacimento, il seme vive direttamente nella nuova pianta. Il corpo umano sarà risuscitato dopo la morte.
Qui domina un’altra potenza, che non scaturisce dall’interno della struttura umana, ma dalla libertà di Dio.

(Romano Guardini)